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DAL "CORRIERE DELLA SERA" DEL 26 FEBBRAIO 2008GRAZIE A UNO SPECIALE STROBOSCOPIOIl film del movimento di un elettroneOttenuto da ricercatori svedesi dell’Università di Lund. Permetterà nuove applicazioni dell’elettronicaDal "Corriere della Sera" del 26 febbraio 2008I NOSTRI OCCHI, ANCHE SE FOSSE MENO DISTANTE, NON POTREBBERO OSSERVARLAEcco la galassia «invisibile»Immortalata «all'ultravioletto» M33, dal satellite Swift della Nasa. E' ricchissima di stelle in formazione
La galassia che non vedremo mai,ma naturalmente esiste. Non la vedremo mai così come la stupenda fotografia raccolta dal satellite della Nasa Swift ce la mostra essendo una raccolta di 39 fotogrammi nel Giovanni Caprara Cosmologia osservativi da “LE SCIENZE” del 20 Ottobre2007Il più massiccio mai vistoLa massa del buco nero noto come M33 X-7 è stata stimata pari a 15,7 volte quella del Sole, quella della stella compagna pari a 70 volte Gli astronomi hanno localizzato un buco nero eccezionalmente massiccio in orbita intorno a una stella compagna. Il risultato potrebbe avere notevoli implicazioni per la comprensione dell’evoluzione e del destino ultimo delle stelle massicce, dal momento che i valori di massa misurati non sono compatibili con le attuali teorie. "Questa scoperta a far sorgere ogni sorta di domanda circa le possibili origini di un simile buco nero”, ha spiegato Jerome Orosz della San Diego State University, primo firmatario dell’articolo apparso sull’ultimo numero della rivista “Nature”. Il buco nero in questione è infatti parte del sistema binario in M33, una galassia vicina, distante da noi circa 3 milioni di anni luce. Combinando i dati del Chandra X-ray Observatory della NASA e del telescopio Gemini sul monte Mauna Kea, nelle Isole Hawaii, la massa del buco nero noto come M33 X-7 è stata stimata pari a 15,7 volte quella del Sole. Tale valore fa di M33 X-7 il buco nero stellare più massiccio finora scoperto. Anche la stella compagna ha una massa eccezionalmente grande, pari a 70 volte quella del Sole. M33 X-7 orbita intorno alla compagna con un periodo di tre giorni e mezzo. "Si tratta di una enorme stella che ha come compagno un enorme buco nero”, ha spiegato Jeffrey McClintock dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics di Cambridge, in Massachusetts. "Alla fine, la compagna diventerà una supernova: si avrà così una coppia di buchi neri."Proprio queste caratteristiche del sistema binario sono difficili da spiegare secondo i modelli dell’evoluzione delle stelle massicce. Stando alle attuali conoscenze cosmologiche, un buco nero stellare si forma in seguito al collasso del nucleo di una stella massiccia al termine del suo ciclo di vita. Tale stella avrebbe dovuto avere una massa maggiore della compagna attuale per poter formare un buco nero prima di essa.Ma una stella originaria così massiccia avrebbe dovuto avere anche un raggio più grande dell’attuale distanza tra i due corpi, al punto che essi avrebbero dovuto condividere una parte della loro atmosfera esterna. Un simile sistema, tipicamente, dà come risultato un’enorme perdita di massa, tale da non permettere alla stella genitrice di dare vita a un buco nero di 15,7 masse solari. In definitiva, la perdita di gas avrebbe dovuto aver luogo con un tasso 10 volte inferiore a quello previsto dalla teoria attuale. (fc) Da “LS SCIENZE” Ottobre 2007Non solo i cromosomi stabiliscono il sessoLe persone con sindrome da insensibilità agli androgeni - una su 20.000 - hanno un aspetto femminile normale, ma a livello genetico hanno cromosomi sessuali XY In un articolo pubblicato sulla rivista online ad accesso libero"BMC Genomics", un gruppo di ricercatori dimostra per la prima volta che il testosterone lascia un'impronta molecolare indelebile nelle cellule, aprendo le porte a un più sofisticato modo di guardare al sesso rispetto al semplice accertamento della presenza del cromosoma Y. Gli studiosi sono riusciti a scoprire il ruolo del testosterone confrontando persone con sindrome da insensibilità agli androgeni completa e persone esenti da tale sindrome. "Gli androgeni - spiega Paul-Martin Holterhus della Clinica universitaria dello Schleswig-Holstein a Kiel, in Germania - hanno effetti di lunga durata nel corso di alcuni stadi sensibili dello sviluppo dell'apparato genitale, e probabilmente anche di altri organi. Oggi si sta sempre più accettando che il cervello abbia uno sviluppo sesso-specifico in risposta alla presenza o assenza di testosterone. Ciò determina un comportamento sesso-specifico e probabilmente modula l'identità di genere." Il ruolo degli androgeni, e particolarmente del testosterone, sullo sviluppo sessuale è noto da tempo. La programmazione del genere inizia allo stadio embrionale e si pensa che continui per tutto il corso della vita, soprattutto durante la pubertà. Tuttavia, non sono ancora chiari i differenti ruoli dei geni dei cromosomi sessuali rispetto agli effetti a lungo termine degli ormoni sessuali e in particolare degli androgeni. Le persone con sindrome da insensibilità agli androgeni - una su 20.000 - hanno un aspetto femminile normale, ma a livello genetico hanno cromosomi sessuali XY e non XX. La condizione è dovuta a mutazioni nella codifica genetica per i recettori per gli androgeni, per la quale i segnali trasmessi dagli androgeni non funzionano. Di fatto è bloccata l'azione del testosterone. I ricercatori hanno usato reperti bioptici tratti dalla pelle dei genitali per confrontare l'espressione genica in maschi normali e femmine con sindrome da insensibilità agli androgeni. L'analisi ha rivelato che fra i due gruppi vi erano 440 geni che differivano nel livello di espressione. I livelli di attività di tali geni formano una "impronta" che poi è stata utilizzata per valutare campioni di persone con sindrome da insensibilità agli androgeni parziale. "Poiché abbiamo confrontato femmine XY e maschi XY - osserva Holterhus - le differenze possono essere spiegate solamente in termini di differenze nell'azione degli androgeni, e non di cromosomi sessuali." (gg) Le recensioni di “LE SCIENZE” La musica del Big Bang. Come la radiazione cosmica di fondo ci ha svelato i segreti dell'universoAmedeo BalbiSpringer, Milano, 2007.pp. 219EURO 20,95La musica del Big BangUno degli artifici letterari più usati, e abusati, della letteratura, come del cinema e delle fiction televisive, è quello di raccontare la storia di una famiglia e di rendere tutti i suoi componenti protagonisti, a vario titolo, di un'intera vicenda storica, molto più ampia e complessa. A leggere la storia della radiazione cosmica di fondo si ha la stessa sensazione: si toccano un po' tutte le vicende, gli uomini e le idee che hanno fatto la storia della fisica dell'ultimo secolo. C'è l'intuizione geniale - quella di Gamow - che previde, solo su base teorica, che se big bang vi fu, allora deve esserci anche una sorta di eco elettromagnetico dell'inaudito evento. C'è la rivelazione sperimentale in cui ha avuto una buona parte la causalità - o serendipity, come dicono gli anglosassoni - di Penzias e Wilson, due ricercatori dei Bell Laboratories che cercavano onde radio e che hanno rilevato, invece, un rumore di fondo che sembrava provenire allo stesso modo da tutte le direzioni dello spazio. E c'è tutta una stagione di misurazioni sempre più accurate, quelle dei satelliti COBE prima e WMAP più tardi. Per il futuro è atteso il contributo di Planck dell'ESA per rispondere a una questione cosmologica di enorme portata: è la radiazione cosmica di fondo effettivamente la stessa in ogni direzione dello spazio? O l'eco ha preso a un certo punto a raggrumarsi, così come ha fatto la materia, ordinaria od oscura, nel cosmo? Le ultime misurazioni di precisione fanno propendere per la seconda tesi e costituiscono «un primo inventario dei costituenti del nostro universo», come spiega Balbi, con notevoli implicazioni soprattutto per la conferma dell'esistenza di un «lato oscuro del cosmo». Oltre, la materia da trattare si fa più che mai ostica, soprattutto per un saggio divulgativo come questo, e ci si inoltra della topologia dello spazio-tempo e nella teoria delle stringhe. Ma volendo, alla fine del percorso si può tornare alla straordinaria intuizione di Gamow: «Arriveremo al punto di partenza e lo conosceremo per la prima volta» (T.S. Eliot citato da Balbi).Da “Galileo” Ottobre 2007Addio piccole lunedi Giovanna Dall’Ongaro Scomparse le piccole lune di Giove. Nelle immagini inviate dalla sonda New Horizons della Nasa, che dal febbraio 2007 monitora il pianeta gigante, non c’è traccia di satelliti dalle ridotte dimensioni: Adrastea, 16 chilometri di diametro, è la più piccola presenza registrata. Gli scienziati impegnati nella missione spaziale dal gennaio 2006 (Verso Plutone e oltre) si aspettavano tutt’altro scenario. Erano infatti pronti ad allungare la lista dei piccoli oggetti celesti in orbita intorno a Giove, così come avevano fatto per Saturno. Del resto le sofisticate telecamere della sonda, che hanno scattato spettacolari fotografie del pianeta (Un Giove mai visto prima), sono in grado di catturare immagini di corpi anche del diametro di un chilometro. Ma niente del genere è stato osservato.Che fine hanno fatto quei satelliti minori? Forse si sono disintegrati sotto una pioggia costante di micrometeoriti dal diametro di un granello di sabbia, suggeriscono gli astrofisici del Seti Instiute, che non esitano però a definire questa scomparsa un mistero. Un fenomeno del genere potrebbe avere eroso completamente le piccole lune, e avere intaccato solo di poco le più grandi. Ma come mai alle lune di Saturno non è toccata una sorte analoga? Anche in questo caso gli scienziati del Seti non si spingono oltre il condizionale: potrebbe dipendere dalla maggiore forza di gravità esercitata da Giove che fagocita qualunque piccolo residuo celeste. La notizia giunta in questi giorni dalla New Horizons, in un certo modo, ha spiazzato anche noi di Galileo. Negli anni ci eravamo, infatti, abituati ad aggiornare, di volta in volta, il conteggio delle lune gioviane con l’aggiunta di nuovi esemplari. Perché la caccia al satellite, scatenata negli ultimi tempi dalle varie agenzie spaziali, si chiudeva periodicamente con un nuovo trofeo (L’acchiappa-satelliti). Così se nel 2002 la scoperta di 11 lune portava il totale a quota 39 (Sono 39 le lune di Giove), già l’anno successivo gli oggetti in orbita salivano a 46 (Altre lune per Giove). Ora, alla luce dei nuovi eventi, dobbiamo dire addio alla maggior parte delle antiche new entry, visto che le dimensioni registrate all’epoca della scoperta non superavano i sei chilometri di diametro. Cancellati dalla lista quindi S/2003J1 e S/2003J6, i due piccoli satelliti avvistati con i telescopi dalla Hawaii nel 2003 che presentavano un’interessante anomalia: procedevano infatti, a differenza di quasi tutti gli altri satelliti che si muovono di moto retrogrado, nello stessa direzione dell’orbita del pianeta.Tutti gli altri satelliti, da Adrastea in su, restano invece vivi e vegeti. Può essere utile quindi riassumere, servendoci dell’archivio di Galileo, le informazioni che abbiamo su di loro, cominciando da Europa, uno degli obiettivi principali del programma Aurora dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) (Alla conquista dell’Universo). E’ la presenza di acqua sotto la sua superficie ghiacciata il dato principale emerso da quasi trent’anni di osservazione (Europa nasconde un oceano). I primi sospetti vennero già nel 1979 dalle immagini della sonda Voyager in cui erano visibili grosse crepe che attraversavano grandi distese di ghiaccio. Non poteva trattarsi di formazioni montuose perché la superficie di Europa risultava straordinariamente piatta. Quelle fessure, invece, immortalate in seguito dalla sonda Galileo (Il mare sommerso di Europa e Callisto), potevano avere solo una spiegazione: la presenza di un enorme oceano ad una profondità di circa 96 chilometri dalla superficie, capace forse di ospitare anche forme di vita (Europa, da lontano somiglia alla Terra). Le maree dovute alle pressioni gravitazionali esercitate da Giove e dai satelliti vicini, Io e Ganimede, provocherebbero infatti il sollevamento della massa d’acqua sommersa con la conseguente incrinatura della crosta di ghiaccio. Gli studiosi del Mit registrarono la formazione di nuove crepe al ritmo di una ogni trenta secondi. Una superficie in continuo movimento, quindi, come confermato dalla continua formazione di bolle di ghiaccio più caldo del diametro di circa dieci chilometri che portano alla luce materiali delle zone più profonde della crosta (Le lentiggini di Europa). Un miliardo di anni fa anche su Ganimede, la luna più grande del Sistema Solare, c’era dell’acqua (L’acqua di Ganimede), mentre sappiamo che attualmente la sua atmosfera è ricca di ossigeno allo stato gassoso (C’è ossigeno su Ganimede). Di tracce di vita però nemmeno l’ombra. L’acqua sarebbe stata portata in superficie da un’eruzione vulcanica, mentre l’ossigeno avrebbe avuto origine dalla rottura delle molecole di acqua ghiacciata provocata da una pioggia di particelle. Il vulcanismo ebbe un ruolo fondamentale nel disegnare l’aspetto dei corpi celesti. E’ stato dimostrato infatti (Crateri per rimbalzo) che Ganimede ed Europa devono i loro avvallamenti superficiali non all’impatto di comete o asteroidi (come precedentemente si era creduto), ma alla ricaduta di materiale espulso dai loro vulcani, che da tempo non sono più attivi.Mentre fuma ancora la superficie di Io, come registrato anche di recente dalle telecamere della New Horizons. La colonna di fumo alta 300 chilometri fotografata dalla sonda della Nasa non ha fatto che confermare le informazioni raccolte in precedenza (Il vulcano errante di Io, Un nuovo vulcano su Io) che dimostravano la presenza di un vulcano attivo nella parte settentrionale del satellite. Altre notizie, di cui ci siamo occupati, hanno riguardato l’esistenza di uno strato molto sottile di anidride carbonica nell’atmosfera di Callisto (Atmosfera a termine per Callisto), destinata però a dissolversi, la più lontana delle quattro lune di Giove, e la scarsa densità di Amaltea uno dei satelliti minori e più interni (Amaltea, luna groviera). Quest’ultima scoperta mise in crisi una delle teorie sull’origine delle lune, secondo la quale i satelliti più vicini al pianeta dovrebbero essere anche i più densi. La storia di Giove e delle sue lune, appare chiaro sin dalle prime scoperte, sembra destinata a subire continui cambiamenti.Uno dei premiati è un autore di "Le Scienze"I Nobel per la medicinaLe loro scoperte hanno condotto allo sviluppo di una sofisticata tecnologia oggi utilizzata per "silenziare" singoli geni Mario R. Capecchi, Martin J. Evans, e Oliver Smithies sono i laureati Nobel per la medicina o la fisiologia di quest'anno. Il premio è stato conferito per le loro fondamentali scoperte sulle cellule embrionali e sui meccanismi di ricombinazione del DNA nei mammiferi. Queste scoperte hanno condotto allo sviluppo di una sofisticata tecnologia oggi utilizzata per silenziare singoli geni soprattutto nel modello murino, ossia creando linee di topi "knockout" per quel gene e consentendo in tal modo di chiarire le funzioni specifiche del gene silenziato e il loro eventuale contributo nella genesi di molte patologie. Attualmente circa la metà dei geni del topo sono stati sottoposti a questa procedura e si spera che entro pochi anni sia possibile completare l'opera. Lo scambio di sequenze di DNA fra i cromosomi eraditati rispettivamente dalla madre e dal padre - un processo noto come ricombinazione omologa- è un meccanismo utile ad aumentare la variabilità genetica all'interno di una popolazione che si è conservato attraverso tutto il corso dell'evoluzione. Mario Capecchi e Oliver Smithies hanno avuto l'intuizione che la ricombinazione omologa potesse essere utilizzata per modificare in modo specifico singoli geni nelle cellule di mammifero. Capecchi ha dimostrato che nelle cellule di mammifero la ricombinazione omologa può avere luogo anche fra i cromosomi e sequenze di DNA introdotto appositamente, mostrando che un gene difettoso può essere riparato per ricombinazione omologa con il DNA così fornito. Smithies tentò all'inizio di riparare geni mutati in cellule umane, nella speranza che alcune patologie ematiche ereditarie potessero essere curate correggendo la mutazione patogena nelle cellule staminali del midollo osseo. Nel corso di questi tentativi Smithies scoprì che i geni endogeni possono essere "presi di mira" indipendentemente dalla loro attività, suggerendo che tutti i geni potessero essere accessibili a modificazioni per ricombinazione omologa. Le cellule inizialmente utilizzate da Capecchi e Smithies non potevano essere però utilizzate per creare animali knockout, essendo necessarie a questo scopo cellule che potessero dare luogo a cellule germilali. Martin Evans, che aveva già lavorato con cellule di carcinoma embrionale (EC) murino pensò che queste potessero essere utilizzate come vettore per introdurre materiale genetico nella linea germinale di topo. All'inizio i suoi tentativi furono infruttuosi, in quanto le cellule EC sono portatrici di cromosomi anomali, ma, cercando alternative, Evans scoprì che era possibile produrre colture di cellule cromosomicamente normali a partire da quelle staminali embrionali (ES) di topo, modificandole geneticamente grazie all'uso di retrovirus. Successivamente Capecchi e Smithies dimestrarono che i geni potevano essere individuati come obiettivi per ricombinazione omologa in colture cellulari. Capecchi ha descritto le ricerche che oggi gli sono valse il premio Nobel in un articolo pubblicato su "Le Scienze" (maggio 1994, n. 309) intitolato Sostituzione mirata di geni.Mario Capecchi, nato a Verona nel 1937 e successivamente naturalizzato statunitense, insegna all'Università dello Utah e svolge attività di ricerca anche presso Howard Hughes Medical Institut di Salt Lake City. Oliver Smithies lavora all'Università della North Carolina a Chapel Hill e Martin Evans alla Cardiff University, in Gran Bretragna. (gg)*******"Sei già iscritto alla nostra newsletter? Puoi richiedere sul tuo computer il nostro "notiziario a domicilio", il servizio gratuito di informazione e aggiornamento scientifico personalizzato, semplicemente iscrivendoti a questo link BERGAMOSCIENZAIl chip che dà movimento al pensieroIl futuro? «Sconfiggere la paralisi con la forza del cervello»». Intervista all'ideatore del «BrainGate»BERGAMO - Era una delle «star» più attese John Donoghue ieri alla quinta edizione di BergamoScienza, festival di divulgazione scientifica che andrà avanti fino al 21 ottobre con conferenze, tavole rotonde, mostre, incontri con gli studenti. Famoso come un «mago» questo Donoghue, visto che è riuscito a tradurre in realtà la (finora) fantascientifica idea che si possano compiere azioni soltanto con la forza del pensiero. A 57 anni il professore di neuroscienze della Brown University di Rhode Island è uno dei ricercatori di punta nell'ambito della protesi neurali, ovvero di quelle astruse macchine che cercano di creare un dialogo fra il cervello umano e sofisticati algoritmi informatici. Il successo per Donoghue arriva nel luglio dello scorso anno quando la rivista Nature pubblica in copertina la foto del venticinquenne Matthew Nagle, il primo tetraplegico che grazie ad un microchip impiantato nel cervello (una piastrina-sensore di 4 millimetri per 4 appoggiata sulla corteccia cerebrale, capace di insinuare nella sua profondità un centinaio di elettrodi) riesce a spedire una email o a giocare con un videogame. Il ponte operativo con il mondo esterno è un processore capace di tradurre in comandi per il cursore del computer gli impulsi nervosi del cervello di Matthew rilevati dagli elettrodi e trasportati fuori dal cranio da un cavo ben visibile sulla sua testa (da qui il nome di uomo bionico). Tutto ilsistemaha unnome suggestivo, BrainGate, una «porta» per il cervello. Inevitabile che dopo tanto clamore la prima domanda che gli rivolgiamo, incontrandolo a Bergamo, sia sul seguito di queste sue ricerche che sfidano la corporeità cercando di trovare strade di comunicazione alternative. Professore Donoghue, come stanno andando avanti gli esperimenti con il BrainGate? Lo sta provando su altri pazienti? «Al momento attuale sono in corso due studi pilota che devono sperimentare la sicurezza elepotenzialitàdi BrainGate finanziati dalla Company di cui sono fondatore insieme ai miei collaboratori, la Cybernetics Neurotechnology Systems che ha sede nel Massachusetts. Questi studi, che coinvolgono cinque pazienti ciascuno, sono stati approvati dalla Food and Drug Administration (l'ente federale che in America regola farmaci e dispositivi medici, n.d.r) e dai comitati etici degli ospedali coinvolti negli esperimenti. Si tratta di persone paralizzate; quelle che partecipano al primo studio lo sono diventate in seguito a traumi spinali, ictus o distrofia muscolare; il secondo riguarda malati di sclerosi laterale amiotrofica. Fino ad oggi BrainGate è stato impiantato in quattro pazienti tetraplegici, due in seguito ad un trauma spinale, uno colpito da sclerosi laterale, un altro, ancora, reduce da un ictus. Se questo lavoro darà buoni risultati, ne faremo partire uno su più larga scala che richiederà, ovviamente, l'approvazione dell'ente sanitario federale. La nostra ambizione è quella di restituire loro controllo, indipendenza e possibilità di comunicare». Finora siete riusciti a tradurre i messaggi operativi del cervello in comandi per il cursore del computer, ma si potrà con il solo pensiero muovere un arto artificiale e con una certa precisione? «Ne sono convinto. Uno dei pazienti che ha partecipato a questi studi pilota è riuscito attraverso un braccio robotico ad afferrare una fetta di dolce e a trasferirla nelle mani di un'altra persona. Visto il successo di quest'esperimento, abbiamo cominciato a lavorare all'idea di associare BrainGate ad uno stimolatore muscolare in modo da ricostruire il percorso che in condizioni normali fa sì che il movimento "pensato" si traduca in una contrazione muscolare. Pensiamo per ora a gesti semplici come prendere in mano una tazza e portarla alla bocca. Ma noi siamo molto, molto, più ambiziosi: abbiamo la presunzione di arrivare a garantire alle persone paralizzate il controllo delle gambe e della braccia. Condizione indispensabile per questo è la miniaturizzazione di tutto il sistema: a questo proposito abbiamo in corso un progetto finanziato dai National Institutes of Health e dalla mia Company per trasformare BrainGate in una specie di pace-maker, eliminando i fili e tutti gli ingombranti accessori indispensabili oggi. Ci vorranno molti anni per tutto questo, ma sento che siamo sulla strada giusta». Ma quando è realistico ipotizzare che BrainGate entri nella pratica clinica? C'è chi dice che avverrà in una manciata di mesi, ma che sarà molto costoso... «Non faccio previsioni. Il prezzo? Finché non saremo vicini alla commercializzazione, credo che abbia poco senso parlarne». Altre neuroprotesi sono allo studio per restituire una qualche forma di vista ai ciechi e consentire ai sordi di sentire. Anche in questo ambito pensa che il successo sia garantito, sia, in sostanza, solo questione di tempo? «Gli impianti cocleari per i sordi sono già una realtà: hanno ridato l'udito a più 100.000 persone nel mondo. Una protesi per restituire la vista è già in sperimentazione: sei persone l'hanno riacquistata, seppur in modo parziale grazie a questi dispositivi. Sì, sono convinto che questi "bioibridi" fra sistemi biologici e fisico-elettronici siano la grande promessa — e scommessa — per il futuro». Franca Porciani ‘ Dopo il caso di Nagle abbiamo impiantato il dispositivo ad altri quattro tetraplegici e nuovi tentativi sono in corso ‘ Sono convinto che questi «bioidridi» fra sistemi biologici e fisici siano la grande scommessa del futuro■ Scarica il programma di Bergamoscienza Franca Porciani07 ottobre 2007 La singolare matematica dei fotoniIn particolari situazioni la semplice sottrazione di un fotone ha come risultato un aumento, anziché una diminuzione nel numero di fotoni restanti Due più due fa quattro? E, soprattutto, quattro meno due fa due? Non sempre. Nella meccanica quantistica, quando si aggiungono e sottraggono fotoni, le normali regole dell'aritmetica non valgono più. Le bizzarre leggi delle microscopiche particelle di luce sono state verificate per la prima volta grazie a un esperimento eccezionale, condotto da un gruppo di ricercatori dell'Istituto nazionale di ottica applicata (Inoa) del Consiglio nazionale delle ricerche di Firenze, del Laboratorio europeo di spettroscopia non lineare (Lens), dell'Università di Firenze e della Queen's University di Belfast. I risultati sono pubblicati sull'ultimo numero di "Science". La scoperta rende possibile la creazione di nuovi strumenti e computer dalla precisione e capacità finora irraggiungibili e del tutto impenetrabili alle intercettazioni. "Nel nostro laboratorio - spiega Marco Bellini dell'Inoa-Cnr - abbiamo dimostrato per la prima volta come aggiungere e sottrarre in modo assolutamente controllato singole particelle di luce, i fotoni, da un campo luminoso di tipo classico, simile cioè a quello emesso dal Sole o da una comune lampadina". Tali particelle luminose fondamentali e indivisibili obbediscono alle regole della meccanica quantistica, diverse rispetto agli oggetti di uso comune, seguendo comportamenti apparentemente bizzarri e illogici. "Il nostro gruppo, cui partecipano Valentina Parigi del Lens, Alessandro Zavatta dell'Università di Firenze e Myungshik Kim dell'Università di Belfast, aveva già mostrato come far percorrere a un solo fotone due cammini alternativi, in modo da farlo trovare contemporaneamente in due posizioni diverse. Nell'ultimo esperimento, abbiamo invece dimostrato come, se si aggiunge un fotone e subito dopo se ne estrae un altro da un particolare campo luminoso, il numero finale di fotoni può diventare completamente diverso da quello iniziale. Ancora più sorprendente è che la semplice sottrazione di un fotone da particolari campi luminosi ha come risultato un aumento, anziché una diminuzione nel numero di fotoni restanti. Come se si aumentasse il numero di palline contenute in una scatola tutte le volte che se ne estrae una!". Sebbene apparentemente controintuitivi, questi risultati sono in realtà esattamente quelli previsti per gli oggetti microscopici dalle bizzarre leggi della meccanica quantistica, che gli esperimenti di Bellini e degli altri ricercatori hanno permesso per la prima volta di verificare in modo diretto. Ma a quali risultati può portare questa eccezionale scoperta? "A parte l'estremo interesse per l'avanzamento delle nostre conoscenze fondamentali sul funzionamento dell'universo, potremo forse avere presto importanti e innovative ricadute applicative. L'aver realizzato sequenze perfettamente controllate di aggiunte e sottrazioni di singoli fotoni da un campo luminoso apre la strada alla generazione di luce dalle proprietà completamente nuove, ad esempio alla costruzione di nuovi strumenti per misure di forze e spostamenti infinitesimali, dalla precisione finora irraggiungibile. Un computer basato su queste proprietà quantistiche potrebbe risolvere in modo rapido ed efficiente problemi attualmente irrisolvibili anche per le macchine più potenti. Inoltre, si potrebbero realizzare particolari stati di luce per la comunicazione a distanza di dati riservati, assolutamente impenetrabile alle intercettazioni". La cosiddetta ‘crittografia quantistica' si basa su messaggi codificati con una chiave segreta, sistema che però oggi pone il problema dello scambio della chiave tra mittente e destinatario: per quanto sicura sia la procedura, infatti, una spia può sempre inserirsi nella trasmissione, leggere i dati e reindirizzarli al destinatario senza che la sua presenza venga rivelata. Con una ‘chiave quantistica' che segua le leggi degli stati di luce ora prodotti in laboratorio, vale invece il ‘principio di indeterminazione di Heisenberg', secondo cui è impossibile misurare le caratteristiche di un sistema senza modificarlo: l'eventuale spia, insomma, altererebbe in modo incontrollabile la chiave e verrebbe scoperta. La privacy sarà finalmente assicurata? Da Le Scienze del 2 ottobre 2007 Una ricerca della National Science Foundation
Un segnale dall’ignoto Il telescopio Parkes ha captato uno degli eventi più intensi mai registrati. La sorgente si trova a 3 miliardi di anni di luce dalla TerraUn segnale radio della durata di meno di 5 millisecondi e di energia corrispondente a quanta ne emette il Sole in un mese. È la scoperta fatta da un gruppo di ricercatori dell’Università della West Virginia (Usa) durante uno studio sulle pulsar (stelle di neutroni) dal radiotelescopio australiano Parkes.Come gli autori della scoperta riportano su Science, si tratta del segnale più intenso di simile durata mai registrato. Gli astronomi, coordinati da Duncan Lorimer, stanno ora cercando di identificare l’evento che lo ha generato.Inizialmente l’impulso sembrava provenire da due piccole galassie distanti 200 mila anni luce dalla Terra, situate in un’area prossima alla Nebulosa Piccola di Magellano. Osservazioni più accurate, però, hanno individuato la reale sorgente in un punto distante circa un Gigaparsec (3 miliardi di anni luce). L’origine del segnale potrebbe essere ricondotta a un evento molto intenso come la fusione di due stelle di neutroni o l’evaporazione finale di un buco nero, fenomeni che finora non erano mai stati associati ad alcun segnale radio.Inoltre, le informazioni sulla dispersione delle onde che hanno attraversato le nubi di gas ionizzato presenti nello spazio intergalattico, possono essere utilizzate per calcolare con maggiore precisione le distanze cosmiche.Esaminando i dati registrati dal Parkes e provenienti dagli archivi di radiosegnali, i ricercatori sperano ora di trovare altri fenomeni simili. Lomer e colleghi stanno inoltre programmando ulteriori esperimenti per scrutare il cielo attraverso strumenti più potenti, come l’Allen Telescope Array (California) che ha un campo di osservazione molto più ampio del radiotelescopio Parkes. (s.s.) Da Galileo del 1° ottobre 2007
Conoscere la Faglia di Sant'andrea, in profonditàI campioni in questioni sono carote lunghe circa 45 metri e con un diametro di sezione di 10 centimetri, ciascuna delle quali pesa circa una tonnellata Per la prima volta, un gruppo di ricercatori è riuscito ad estrarre campioni di roccia intatta da una profondità circa guattro chilometri al di sotto della superficie nelle profondità della Faglia di Sant’Andrea, la famosa frattura della crosta terrestre che corre lungo la California e responsabile dei numerosi terremoti della zona.Mai prima d’ora infatti, qualcuno era stato in grado di studiare rocce provenienti dall’interno di una faglia attiva: la conoscenza di queste strutture geologiche viene dallo studio di strati di roccia ormia affiorati, e quindi antichi, o dalle simulazioni al computer. Con questi nuovi campioni si spera di acquisire nuove conoscenze sulla composizione e sul comportamento della faglia, che potranno potenzialmente gettare una luce anche su ciò che succede in caso di terremoti.I campioni in questione sono carote lunghe circa 45 metri e con un diametro di sezione di 10 centimetri, ciascuna delle quali pesa circa una tonnellata. Sono stati ottenuti grazie a una trivellazione a scopo di ricerca effettuata a circa quattro chilometri di profondità. "Ora abbiamo la faglia di Sant’Andrea nelle nostre mani”, ha comentato Mark Zoback, docente di scienze della terra alla Stanford University e coautore dello studio, finanzianto dalla National Science Foundation, nell'ambito del progetto Earthscope. "Ora che sappiamo di che cosa è fatta possiamo anche capire come si comporta.” (fc) Da Le Scienze, 6 ottobre 2007 Nanomacchine naturali
Il segreto della puntualità nei batteri Gli autori dello studio hanno verificato come ponendo in una provetta le tre proteine insieme con ATP, il comune combustibile biochimico organico, e una fonte di fosfati, il tutto funziona come una sorta di orologio biologico di base Ricercatori della Harvard University e dell’Howard Hughes Medical Institute hanno trovato un semplice “orologio circadiano” in alcuni batteri che, secondo quanto riferito sulla rivista “Science” oscilla secondo un ciclo di 24 ore con una notevole precisione.Il microscopico – o sarebbe meglio dire nanoscopico – “dispositivo” è in realtà una singola proteina a cui vengono aggiunti e sottratti ritmicamente gruppi fosfato in due punti chiave della molecola. Tale schema di fosforilazione è influenzato da altre due proteine con una oscillazione periodica costante.Gli autori dello studio hanno verificato come ponendo in una provetta le tre proteine insieme con ATP, il comune combustibile biochimico organico, e una fonte di fosfati, il tutto funziona come una sorta di orologio biologico di base, in grado di mantenere i ritmi circadiani per un lungo periodo di tempo."La caratteristica più incredibile di questo orologio molecolare è la precisione”, ha commentato Erin K. O'Shea, docente di biochimica della Faculty of Arts and Sciences (FAS) di Harvard e coautore dello studio. "Anche in assenza di segnali provenienti dall’esterno, cioè in condizioni di totale oscurità, esso può mantenere il suo ritmo per molte settimane e perdendo solo alcune piccole frazioni di giorno." (fc) Da Le Scienze 6 0ttobre 2007
Impedire la cicatrizzazione» Yannas, come si rigeneranno gli organi umaniL'inventore della pelle artificiale apre la quinta edizione della rassegna «Bergamoscienza»BERGAMO - Ioannis Yannas, il ricercatore del MIT di Boston che mise a punto per primo, 30 anni fa, la pelle artificiale, che oggi permette a un grande ustionato di vedere la sua pelle rigenerarsi in meno di 20 giorni. Yannas ha tenuto la conferenza inaugurale della V edizione di «Bergamoscienza», rassegna di divulgazione scientifica, introdotto da Luigi Nicolais, che, oltre che ministro della Funzione Pubblica, è professore di Tecnologie dei Polimeri presso l'Università Federico II di Napoli. «Nei mammiferi adulti - ha spiegato Yannas - gli organi danneggiati a seguito di un trauma o di una grave malattia non si rigenerano e non riacquistano la loro piena funzionalità, perchè nel sito interessato di norma si forma una semplice cicatrice. Questa ha caratteristiche diverse dal tessuto originario e la sua presenza rende l'organo meno efficiente di prima». Gli studi di Yannas puntano alla ricerca di soluzioni che impediscano la cicatrizzazione. Il comune trattamento chirurgico consiste nel riavvicinare le estremità e ricucirle. Ma l' approccio di Yannas alla medicina rigenerativa consiste proprio nel cercare un modo per impedire il riavvicinamento, con strutture di sostegno, così da indurre le ferite a guarire per rigenerazione. STAMINALI - Un altro aspetto che lo scienziato sta indagando è il ruolo delle cellule staminali: infatti le ferite ne contengono molte, ma non si sa ancora quale sia il loro compito nella guarigione e come possano essere attivate. Le impalcature utilizzate nella medicina rigenerativa riescono a deviare il percorso di guarigione verso il restauro del tessuto originale, impedendo che s'imbocchi la strada della cicatrizzazione. «Ma se riusciamo a comprendere esattamente come questi processi di rigenerazione si realizzano nella pelle e nei nervi - ha concluso Yannas - in un futuro potremmo riuscire a estendere l'approccio ad altri organi, come i reni o il fegato». ■ Scarica il programma di Bergamoscienza Da “Il Corriere della Sera” del 6 ottobre 2007
Ecco come si è formata la Terra Gli scienziati studiano un pianeta molto simile al nostro che sta prendendo forma nel cosmoNEW YORK - A volte il cosmo si comporta come un cinema. E sul grande schermo dell'Universo, in queste settimane, sta andando in scena una «seconda» Terra in piena formazione. Il più bel regalo per gli astronomi, che stanno osservando - grazie al nuovo telescopio spaziale Spitzer - un sistema solare distante circa 420 anni luce dal nostro nel quale si sta formando un nuovo pianeta, in condizioni del tutto simili a quelle che hanno reso possibile la creazione della Terra. La scoperta potrebbe consentire di studiare i primi stadi della formazione del nostro pianeta e di rilevare alcuni dei suoi più lontani segreti.ACQUA - Il sistema solare nel mirino degli astronomi è quello che ruota attorno a una giovane stella (di circa 10 milioni di anni), chiamata Hd 113766, appena più grande del nostro Sole. Attorno si è sviluppata una corona di materiale e gas, con già visibile il nucleo di un pianeta «solido» che potrebbe evolversi come il nostro. A confortare l'ipotesi c'è la distanza dalla stella, che si trova nella «zona abitabile» della stella, cioè in quella regione di spazio che consente al pianeta di godere di temperature moderate e di avere acqua liquida sulla superficie. La scoperta sarà spiegata in tutti i suoi particolari dal prossimo numero di Astrophysical Journal. Il «timing» dell'evoluzione del sistema solare Hd 113766 è «perfetto per la formazione di un pianeta sul modello della Terra», ha dichiarato Carey Lisse, studioso della John Hopkins University di Baltimora. E anche ilmix dei materiali, secondo l'astrofisico, è quello ideale. SIMILI ALLA TERRA - Sempre quest'anno, gli scienziati avevano già annunciato di aver osservato due pianeti molto simili alla Terra, entrambi attorno alla stella (una nana rossa) Gliese 581, situata appena a 20 anni luce dal nostro pianeta. In teoria, i due pianeti (Gliese 581c e Gliese 581d) sarebbero alla giusta distanza dalla stella per avere acqua allo stato liquido sulla superficie e ospitare la vita. I «cacciatori di pianeti» hanno finora rilevato l'esistenza di oltre 250 pianeti extrasolari. La maggior parte dei quali, però, sono giganti gassosi inabitabili, molto più grandi di Giove. La scoperta di pianeti situati nella «zona abitabile» di altre stelle rappresenta il primo passo per capire se è possibile l'esistenza di vita al di fuori del nostro sistema solare. Da “Il Corriere della Sera” del 05 ottobre 2007Da “Il Corriere della Sera” del 6 ottobre 2007Replica componenenti essenziali del Dna del batterio Mycoplasma Genitalium
Genetica: creato cromosoma di sintesi L'annuncio di Craig Venter. Sarà inserito in una cellula vivente, di cui assumerà il controlloLONDRA - Il biologo americano Craig Venter è riuscito a realizzare in laboratorio un cromosoma di sintesi, primo passo verso la possibile creazione di una forma di vita artificiale. Lo riferisce il quotidiano britannico Guardian. Secondo quanto riporta il giornale inglese Venter - diventato famoso per aver sequenziato «in privato» il genoma umano con la sua Celera Genomics - farà un annuncio ufficiale forse già lunedì. «Si tratta di un passo filosofico importante nella storia delle nostre specie», ha dichiarato il biologo. «Stiamo passando dalla lettura del codice genetico alla capacità di scriverlo. Ciò ci dà la possibilità ipotetica di fare cose che non avevamo mai pensato prima». MICOBATTERIO - Il cromosoma di sintesi che Venter e la sua equipe di una ventina di scienziati sono riusciti a realizzare replica componenenti essenziali del Dna del batterio Mycoplasma Genitalium, ed è stato battezzato dai suoi creatori Mycoplasma Laboratorium. Nella tappa finale del processo - riporta il Guardian - sarà inserito in una cellula vivente di cui dovrebbe «assumere il controllo», diventando così in sostanza una nuova forma di vita. POSSIBILITA' INCREDIBILI - Il quotidiano britannico cita inoltre Pat Mooney, direttore dell'organizzazione canadese di bioetica Etc Group, secondo cui Venter sta creando «il telaio su cui sarà possibile costruire praticamente qualsiasi cosa». «Ciò può portare il suo contributo all'umanità, ad esempio nuovi farmaci, o costituire una minaccia enorme, con armi biologiche», aggiunge Mooney, parlando di una «sfida gigantesca», gravida di rischi per i popoli e i governi. 06 ottobre 2007 .
Dal Corriere della Sera del 6 0ttobre 2007Spazio: lanciato vettore Ariane 5 con satellite06 ott 01:54 Scienze e tecnologia EVRY (Francia): Ariane 5, il vettore europeo impiegato per il lancio in orbita di satelliti per telecomunicazioni, e' decollato intorno a mezzanotte nella base di Kourou, nella Guyana francese. Il vettore dovrebbe lanciare in orbita i satelliti Optus-2 e Intelsat-11, in servizio per l'Australia e per l'operatore internazionale Intelsat. Si tratta della quarta missione del 2007 per Ariane 5, la 178esima dal 1979. (Agr)
28 settembre 2007Un complicato puzzle da risolvere per gli astronomi Onde radio dal cosmo: "Origini sconosciute" Arriva da fuori della nostra galassia. La scoperta è avvenuta analizzando dati raccolti dal radiotelescopio di Parkes, in Australia Da un luogo remoto al di fuori della nostra galassia Via Lattea gli astronomi hanno ricevuto un flusso di onde radio molto potente che li imbarazza perché non sanno spiegarne l’origine. La scoperta è singolare e intrigante perché ciò che hanno davanti si presenta come un complicato puzzle da risolvere. Diciamo subito per evitare equivoci che hanno escluso subito si tratti di segnali radio lanciati da esseri intelligenti. La provenienza, anche se da decifrare, è di natura rigorosamente astrale. LA SCOPERTA - La scoperta è avvenuta analizzando i dati raccolti negli ultimi sei anni con il radiotelescopio di Parkes in Australia. Guardandoli con più attenzione di quanto non abbiamo fatto i suoi colleghi in passato, David Narkevic della West Virginia University (USA) ha rilevato una sorgente di onde radio collocata a circa 1,6 miliardi di anni luce dalla Terra. «Ma da dove arriva questa?» si chiedeva David assieme al suo gruppetto di osservatori. E lo stupore era notevole perché in realtà loro erano impegnati nella caccia alle pulsar, cioè stelle a neutroni rotanti, all’interno della Via Lattea. E invece si imbattono in un densissimo fiume di radioonde che in soli cinque millisecondi rilasciava tanta energia quanto ne emette il Sole nell’arco di un intero mese. Il segnale era registrato per 90 ore e poi scompariva senza più farsi sentire. Questo ha complicato notevolmente le cose. TANTE IPOTESI - Ora il gruppo di astronomi è impegnato a leggere, ma soprattutto a cercare una spiegazione plausibile. Intanto si ipotizza che tutto possa essere nato dallo scontro tra due stelle tradizionali oppure che si tratti di una sorgente associata ad un lampo di raggi gamma; ma di quest’ultimo, verificando, non s’è trovata traccia. Un’altra ipotesi avanzata è stata la fusione tra due stelle a neutroni dalla quale, secondo la teoria delle relatività generale – si ricorda – dovrebbero scaturire delle onde gravitazionali. E anzi qualcuno ipotizza che la caccia a questo tipo di segnali possa condurre anche alla cattura delle stesse fantomatiche onde gravitazionali finora mai avvistate. Insomma tante spiegazioni, nessuna certezza e molte speranze anche azzardate. Per il momento, per cercare di dissolvere il mistero, non resta che approfondire lo studio e la ricerca di sorgenti analoghe. Giovanni Caprara Da: Corriere della Sera
28 settembre 2007Presentata la quinta edizione del Festival della Scienza A Genova il futuro del web e della scienza Uno degli inventori della rete alla presentazione del Festival della Scienza. «Wikipedia era ciò che non volevamo» GINEVRA (Svizzera) – Il Festival della Scienza è ormai alle porte. A meno di un mese dall'inaugurazione ufficiale, che avverrà il 25 ottobre a Genova, la conferenza di presentazione di Ginevra ha introdotto le nuove tematiche che si integrano all'esperienza del contenitore di eventi. Un incontro che ha visto come protagonisti Manuela Arata (ideatrice e Presidente del Festival), Vittorio Bo (Direttore del Festival) e Robert Cailliau (co-inventore del web). La quinta edizione del Festival si apre all'insegna della «curiosità», tema fondamentale per la ricerca, ma anche per il web. LE ORIGINI DELLA RETE – Robert Cailliau ha portato la propria testimonianza ed esperienza sul World Wide Web, nato circa diciassette anni fa al Cern, anche grazie a lui. «Tecnicamente, non è mai esistita una “prima pagina web”, ma tante prime pagine», ha sottolineato Cailliau, «in cui venivano pubblicati documenti giorno per giorno, proprio come i blog di oggi. In effetti, i blog rappresentano appieno l’idea di web che avevamo a quel tempo: uno strumento di condivisione di conoscenza e di informazione, ma anche una possibile fonte di saggezza». Un'affermazione di forte positività che si oppone alle critiche di qualunquismo che ciclicamente colpiscono l'internet; per Cailliau, perfino le grandi aziende come Google e Microsoft, alla fine, non sono così cattive. WEB E SCIENZA – La conferenza stampa ha avuto luogo in uno scenario illustre per la scienza e la ricerca: il Cern di Ginevra. La scelta del centro internazionale di ricerca non è casuale. «Perché abbiamo scelto il Cern? Perché è qui che si fa la ricerca», spiega Vittorio Bo. Ma non solo. Infatti, proprio nei laboratori svizzeri è stato creato nel 1990 il web, per opera di Tim Berners-Lee e, appunto, Cailliau. Ancora una volta, la scienza e la rete si incontrano, ma senza essersi mai allontanati troppo. Il web ha avuto un'importanza decisiva nel mondo della ricerca e la comunicazione e ha rivoluzionato il rapporto tra scienziati e società, ma anche tra gli scienziati stessi. Manuela Arata ricorda che la nascita del web in ambito scientifico deve essere uno stimolo per donazioni alla ricerca soprattutto per tutte quelle aziende che oggi operano online e che vivono grazie al mondo della rete. IL FUTURO – Nonostante tutta la sua esperienza, Cailliau non si sbilancia sui prossimi anni del web, ma individua alcuni spunti essenziali per il suo futuro. Innanzitutto il blog che, pur essendo ancora uno strumento molto giovane e acerbo, avrà sempre maggior peso in ogni tipo di contenuto e potrà veicolare sensibilità sociale, politica, ecologica, producendo conoscenza. «È vero – ammette Cailliau – che bisogna fare molta attenzione alla veridicità delle informazioni, ma questo accade anche nella vita reale». Per quanto riguarda il lato economico, invece, il futuro del web risiede nei micropagamenti: si tratta di piccoli trasferimenti di denaro in cambio, per esempio, di un servizio senza pubblicità, oppure in cambio di maggiori servizi. GIOVANI E WIKIPEDIA – Il web è però minacciato da una forte inconsapevolezza che riguarda soprattutto le nuove generazioni. I servizi online che oggi permettono di pubblicare contenuti e informazioni personali online mascherano all'utente la collocazione fisica dei file. Un utilizzo superficiale del web, quindi, corrisponde a rinunciare ai propri dati, alla padronanza delle informazioni, compiendo così un passo indietro. Lo stesso accade per Wikipedia che «rappresenta proprio ciò che non volevamo che diventasse il web», afferma (sorprendentemente) Cailliau: una sola enciclopedia online, accentrata seppur collaborativa, è contraria alla struttura della rete, in cui la conoscenza è diffusa. 26 settembre 2007Controculture a bilancio Parte l'«hackmeeting» 2007 A dieci anni dal primo raduno, gli hackers di tutta Italia Questa volta a Pisa MILANO - Tra le fila degli hackers di casa nostra c'è chi dice che il migliore sia stato quello di Roma nel 2000 al centro sociale Forte Prenestino ed è il caso di Vecna e Phasa che più o meno li hanno visti tutti. C'è chi ha preferito l'Hackmeeting di Genova del 2004: «Ottime tisane e splendida location» dice Baku, che viene da Torino. Meglio ancora, asserisce Bomboclat quello «mistico» di Catania al Freaknet MediaLab: «Era un pò come andare alla mecca dell'hacking italiano», anche se a pensarci bene «il raduno bolognese del 2002 fu quello più mondano e rappresentò il momento di incontro tra il mondo del Software Libero e quello degli attivisti dell'informazione indipendente». E' tempo di bilanci anche per quelle che venivano chiamate le contro-culture digitali, che con questo decimo raduno italiano faranno il punto sul futuro di Internet. HACKMEETING - Tutti concordano nel dire che l'Hackit annuale non è solo un raduno tecnico in cui si incontrano gli smanettoni della consolle, si tratta di un'esperienza di condivisione prima di tutto umana, sociale. Un momento in cui coloro che abitualmente si ritrovano online hanno finalmente l'occasione di parlare a voce, guardandosi negli occhi per raccontarsi e raccontare i cambiamenti del mare magnum digitale che tutti ci coinvolge. PISA - Per i 10 anni di Hackmeeting gli Acari (storpiatura nostrana di hackers) si ritrovano a Pisa presso il Centro Sociale Rebeldia alle porte della città il 28, 29 e 30 di Settembre. Tre giorni in cui il posto sarà assediato da più di un centinaio di persone che dormiranno e mangeranno assieme (sacco a pelo e mensa) alternando decine di seminari, presentazioni, laboratori, e momenti di condivisione informale ribattezzati col misterioso titolo di «capanne deisuchi». HACKER E AFFINI - Il raduno è formalmente aperto a tutti, ma si intende: tutti coloro che onorino l'etica e l'attitudine hacker «non importa se sai usare o no un computer», l'importante è la curiosità di voler andare oltre l'uso consueto degli oggetti e il desiderio di condividere le proprie conoscenze con gli altri. Per fare un'esempio concreto è possibile che all'hackmeeting vi imbattiatiate in un laboratorio di ciclisti intenti a spiegare ad un drappello di uditori, i vantaggi del buon uso della brugola dell'8. OSPITI INTERNAZIONALI - Non mancheranno gli ospiti internazionali come il giornalista statunitense Armin Medosh del FLOSS (Free Libre Open Source Software) e il tedesco Andy Mueller Maghun membro storico del Chaos computer Club di Berlino che farà un intervento su come è cambiata la percezione del cyberspace e da cui ci sia aspetta molto. Spiega Bomboclat uno degli organizzatori: «Pensavamo che il cyberspace avrebbe cambiato le leggi delle nazioni perché avrebbe cambiato prima di tutto la testa delle persone e il loro modo di rapportarsi con l'informazione. Si è poi arrivati ad una più cruda realtà in cui le nazioni cercano diriperimetrare lo spazio non circoscrivibile del cyberspace, in cui cercano di controllare in maniera sempre più granulare le attività che vengono svolte su internet». Ci sarà anche il newyorkese Emmanuel Goldstein esperto di hacking e di social engineering esponente della EFF (Electronic Frontier Foundation). RAPPORTO CON I GIORNALISTI - Come da copione, la comunità dell'hackmeeting ha precise regole di comportamento come spiega Phasa : «I giornalisti devono farsi riconoscere lasciando il proprio nominativo all'ingresso, poi qualcuno di noi lo accompagnerà a fare il giro rispondendo alle domande. Non è possibile scattare fotografie o girare video inquadrando i volti delle persone e in ogni caso occorre chiedere direttamente il permesso agli interessati». IL FUTURO - In dieci anni il mondo dell'hacking è cambiato, il free software ha fatto parecchia strada e oggi sono sempre di più coloro che scelgono di usare il sistema operantivo Gnu/Linux nato in seno al movimento. Il boom del cosiddetto web 2.0 col suo pullulare di blog, piccoli e grandi network di informazione, l'accesso di massa alla banda larga ci pongono interrogativi che sembrano nuovi, ma che glihackers avevano già individuato parecchio tempo fa: «La gente ha capito che la propria privacy in rete non è più appannaggio di una nicchia» diceVecna. «Gli hackers non sono più visti come un'anomalia legata alle contro-culture, ma come soggetti coi quali interloquire per capire come migliorare la rete». L'hackmeeting è certamente il posto giusto per capire come saranno le nuove generazioni e i temi caldi delle prossime stagioni. Staremo a vedere. Frattanto in attesa delle tre giornate di Pisa non possiamo che auguravi: «Good hack!» Hanay Raja Da: Corriere della Sera
Un gene-architetto del cervelloL'attività del gene-architetto, che decide quanto spazio assegnare a ogni area, potrebbe contribuire a determinare le differenze individuali di abilità e comportamento che si sviluppano nel tempo, fornendo una base neurologica alla teoria delle "intelligenze multiple" Ha uno spessore di pochi millimetri ma è lì che si concentrano le funzioni superiori del nostro intelletto, quelle che ci permettono di imparare, ricordare, pensare e provare emozioni: è la corteccia cerebrale, lo strato più esterno del cervello, un mantello di neuroni avvolto in innumerevoli circonvoluzioni diviso in aree, ben definite, corrispondenti alle diverse funzioni sensoriali e motorie. Una ricerca finanziata da Telethon, pubblicata sulla rivista "Nature Neuroscience" che gli ha dedicato la copertina, ha rivelato un importante meccanismo genetico che stabilisce i confini e le dimensioni di queste aree, identificando un gene-architetto responsabile della corretta divisione del cervello. Autore del lavoro è la direttrice di un gruppo di ricerca dell'Istituto Telethon di Genetica e Medicina (TIGEM) di Napoli, Michèle Studer, che ha lavorato in collaborazione con ricercatori del Salk Institute di La Jolla (California).Il gruppo di ricercatori Telethon da tempo sospettava che un gene chiamato COUP-TFI avesse un ruolo importante nell'architettura del cervello. Utilizzando modelli animali in cui il gene è stato inattivato, i ricercatori hanno potuto osservare cosa succede in sua assenza: l'area motoria, deputata alla pianificazione e al coordinamento dei movimenti, si è ingigantita a scapito dell'area somatosensoriale (che elabora gli stimoli provenienti dall'esterno), relegata in uno spazio minore nella zona occipitale, la parte posteriore del cervello. Il tutto è avvenuto senza che la dimensione totale della corteccia subisse modifiche. "Le aree cerebrali sono organizzate secondo un piano regolatore preciso ed equilibrato, dove gli spazi sono divisi seguendo criteri di funzionalità. In questo processo, COUP-TF1 funge da architetto o, meglio, da urbanista, stabilendo gli spazi delle oltre 50 aree della corteccia", spiega Studer.Fino ad oggi si era scoperto solo un altro gene-architetto del cervello, chiamato EMX2, il cui ruolo fu individuato nel 2000 da un altro gruppo finanziato da Telethon. COUP-TFI aggiunge ora un altro tassello: questo gene agisce infatti in modo indipendente e ha un effetto molto più marcato di quello precedentemente scoperto. I risultati dei ricercatori napoletani aiuteranno nella comprensione dei complessi meccanismi di sviluppo del cervello. "L'attività del gene-architetto, che decide quanto spazio assegnare a ogni area, potrebbe contribuire a determinare le differenze individuali di abilità e comportamento che si sviluppano nel tempo, fornendo una base neurologica alla teoria psicologica delle "intelligenze multiple", secondo cui l'intelligenza è in realtà un mix di abilità mentali, più o meno sviluppate da un individuo all'altro. Il malfunzionamento del gene potrebbe inoltre essere alla base di disordini comportamentali complessi " conclude la Studer. *** Sei già iscritto alla nostra newsletter? Puoi richiedere sul tuo computer il nostro "notiziario a domicilio", il servizio gratuito di informazione e aggiornamento scientifico personalizzato, semplicemente iscrivendoti a questo link
Da:Le ScienzeSingolarità cosmiche Buchi neri non così neriL'esistenza di "singolarità nude" rappresenterebbe uno shock per i fondamenti della relatività generale I buchi neri, o almeno alcuni di essi, potrebbero non essere così neri. Lo sostiene un gruppo di ricercatori della Duke University e dell'Università di Cambridge in un articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Physical Review D. La scoperta di simili oggetti, ancora più strani e misteriosi dei buchi neri classici, "rappresenterebbe uno shock per i fondamenti della relatività generale", ha osservato Arlie Petter, uno degli autori della ricerca. Einstein infatti teorizzò per primo che stelle di massa notevole, ben superiore a quella del Sole, potesero collassare e comprimersi fino a diventare singolarità, entità così massicce e dense da violare al proprio interno le leggi fisiche, una situazione quest'ultima anche teoricamente "scomoda".Gli astronomi hanno trovato prove indirette di queste entità, note comunemente come buchi neri, che devono il loro nome a una conseguenza della cosiddetta congettura della "censura cosmica", secondo la quale la singolarità "realistiche", ossia quelle che si possono effettivamente formare in natura, si troverebbero comunque sempre nascoste da una sorta di barriera, l'orizzonte degli eventi, che non può essere superato dalla luce. Ciò farebbe apparire tali singolarità perpetuamente nere al resto dell'universo, e confinerebbe ben al sicuro l'area di non validità delle leggi fisiche.Quella della censura cosmica, osserva Petters, è però "una congettura aperta, molto difficile da provare e da confutare", tanto che una decina di anni or sono due cosmologi dell'Università del California Institute of Technology, Kip Thorne e John Preskill, suggerirono che in determinate condizioni potessero formarsi anche delle singolarità "nude", cioè non schermate da alcun orizzonte.Di fatto, nessun buco nero è stato mai osservato direttamente, così da poter decidere se esso sia effettivamente del tutto "nero", ma la sua presenza è dedotta dagli effetti gravitazionali che esercita sulla materia circostante, come deformazioni delle traiettorie di stelle vicine e o l'effetto lente gravitazionale che esercita sulle immagini di galassie lontane poste alle sue spalle, provocandone la moltiplicazione. Proprio studiando l'effetto di lente gravitazionale Petters e Werner hanno scoperto che esiste la possibilità per decidere la questione e stabilire se esistano, accanto ai buchi neri, anche singolarità nude. I due ricercatori hanno infatti calcolato che un buco nero potrebbe perdere la protezione del proprio orizzonte degli eventi e diventare una singolarità nuda se il suo momento angolare fosse maggiore della massa; in particolare - hanno calcolato i due ricercatori - ciò potrebbe accadere per un buco nero di massa pari a 10 volte quella del Sole il cui spin corrispondesse a poche migliaia di rotazioni al secondo. In tali circostanze i calcoli di Petters e Werner indicano che la singolarità nuda scinderebbe la luce proveniente dalle stelle sullo sfondo in una maniera leggermente differente da quella di un buco nero classico e potenzialmente rilevabile dai più sensibili strumenti oggi disponibili. "Se mi chiedete se credo che le singolarità nude esistano - ha detto Petters - vi dirò che sono neutrale; in un certo senso spero che non ci siano. Preferirei aver ricoperto con un manto sicuro i buchi neri, ma sono abbastanza aperto per prendere in considerazione anche la possibilità alternativa."(gg)*******"Sei già iscritto alla nostra newsletter? Puoi richiedere sul tuo computer il nostro "notiziario a domicilio", il servizio gratuito di informazione e aggiornamento scientifico personalizzato, semplicemente iscrivendoti a questo link
Sulla rivista "Nature" Un cavo risonante per l'informatica quantisticaIl sistema è simile a una versione in miniatura di una linea di trasmissione via cavo della televisione, ma con alcune caratteristiche assolutamente peculiari, quali i circuiti di materiali superconduttori a resistenza nulla e bit di dati multi-tasking che seguono le regole della meccanica quantistica I fisici del National Institute of Standards and Technology (NIST) sono riusciti a trasferire informazione tra due “atomi artificiali” mediante le vibrazioni elettroniche di un cavo di alluminio microfabbricato, mettendo così a punto una tecnologia che potrebbe entrare a far parte dei componenti dei futuri computer quantistici. Il sistema è simile a una versione in miniatura di una linea di trasmissione via cavo della televisione, ma con alcune caratteristiche assolutamente peculiari, quali i circuiti di materiali superconduttori a resistenza nulla e bit di dati multi-tasking che seguono le regole della meccanica quantistica. Il cavo risonante ottenuto dal NIST, descritto sull’ultimo numero della rivista “Nature”, sembra essere molto più semplice da realizzare dei suoi concorrenti costruiti finora, come i singoli atomi, utilizzati nelle sperimentazioni di laboratorio per memorizzare e trasportare i dati nei prototipi di componenti per computer quantistici. In questo studio, in particolare, gli scienziati sono riusciti a codificare l’informazione in un qubit – analogo quantistico del bit – e a trasferirla in forma di radiazione nelle microonde nella parte risonante del cavo per un breve intervallo di tempo - 10 nanosecondi - e successivamente a trasferire tale informazione a un secondo qubit. “Abbiamo verificato il funzionamento di un nuovo elemento per i sistemi di informazione quantistica”, ha spiegato il fisico del NIST Ray Simmonds. “Si tratta di un progresso significativo poiché significa che è possibile accoppiare diversi qubit e trasferire informazioni tra di essi utilizzando un semplice componente.” (fc)
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 29 febbraio 2008 ) | ||||||

26 febbraio 2008

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