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domenica 07 ottobre 2007

EDITORIALI

 

 

Da "La Repubblica" del 9/01/'08 

SCUOLA & GIOVANI

Il progetto varato dal governo: comunicazioni continue anche sulle assenze
Reazioni positive, anche se c'è chi parla del rischio di creare un "Grande Prof"

Londra manda i voti sul web
"Dal 2010 pagelle on line"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI 
 
LONDRA - Era uno dei momenti cruciali della vita scolastica, una specie di rituale giorno del giudizio che si ripeteva due o tre volte l'anno: l'arrivo della pagella, alla fine di ogni trimestre o quadrimestre, con i voti attesi ansiosamente da genitori e studenti. Sarò stato bocciato? Promosso? E se sì, con quali voti? E riuscirò, nel prossimo trimestre, a rimediare quella maledetta insufficenza in matematica? E, soprattutto, riuscirò a escogitare un modo per tenerla nascosta a papà e mamma, in modo che il sospirato motorino me lo comprino lo stesso?
Be', niente di tutto questo resterà nel futuro prossimo degli alunni e allievi britannici. Dal 2010, infatti, il ministero dell'Istruzione introdurrà la "pagella on line", un programma di comunicazione continua tra insegnanti e famiglie, con aggiornamenti sull'andamento degli studenti che verranno inviati, via email e con un sito Internet su cui collegarsi, ogni mese, ogni settimana e perfino ogni giorno, fornendo informazioni e giudizi sul profitto accademico degli scolari, sul loro comportamento in classe, sui compiti assegnati per casa, sui risultati di esami e compiti in classe oltre che delle interrogazioni, sulle assenza, giustificare o meno.

"Gli aggiornamenti in tempo reale garantiranno ai genitori la possibilità di tenere sotto controllo i successi, i progressi, la frequenza, la maturità nonché le esigenze particolari dei loro figli a scuola, ogni volta che lo desiderano e in modo sicuro", afferma il sottosegretario all'Istruzione Jim Knight.
Il progetto diventerà operativo nelle scuole medie superiori ed inferiori nel 2010, nelle elementari dal 2012. Le comunicazioni avverranno tramite email e all'occorrenza anche tramite sms telefonici. Iniziative speciali sono previste per le famiglie a più basso reddito, per assicurarsi che tutti possano disporre di un computer e di un allacciamento a Internet, o perlomeno della possibilità di consultare regolarmente il web, in maniera che nessuno sia escluso dalla possibilità di ricevere la "pagella on line". La Gran Bretagna è comunque uno dei paesi d'Europa con il maggior numero di abbonamenti a Internet in banda larga e si calcola che entro pochi anni la stragrande maggioranza della popolazione comunicherà, pagherà le bollette e per l'appunto leggerà la pagella dei figli collegandosi alla rete.
  
L'iniziativa, che riceverà un finanziamento pari ad oltre 40 milioni di euro, genera però anche qualche timore: "Occorre cautela quando si inseriscono dati personali e informazioni private su Internet", commenta Margaret Morissey dell'Associazione Nazionale Genitori-Insegnanti. Qualcuno parla già di un "Grande Prof", versione scolastica del Grande Fratello orwelliano, un computer che sa tutto di ogni studente, vede tutto, controlla tutto. E il computer non saprà tutto solo degli studenti ma molto, o almeno qualcosa, anche dei loro genitori, immagazzinando dati sul numero di volte che essi si collegano al sistema, così scoprendo chi si interessa di più e chi si disinteressa della vita dei figli: un modo anche quello, spiegano al ministero dell'Istruzione, per individuare situazioni di difficoltà accademica e cercare di intervenire prima che sia troppo tardi.
Infine c'è chi teme che i rapporti fra genitori e insegnanti avverranno solo per computer, e finirà per mancare il contatto diretto: se la pagella arriva tutti i giorni on line, chi vorrà andare al ricevimento dei professori?
Eppure il governo laburista di Gordon Brown ritiene che si tratti di una mossa giusta. Da padre di un ragazzo che va a scuola in Inghilterra, in una scuola sperimentale che già distribuisce "pagelle via Internet" e usa moltissimo il computer, mi sentirei di testimoniare che i succitati rischi non esistono o sono evitabili. I genitori imparano molto di più sulla vita scolastica dei figli, e quando vanno a incontrare gli insegnanti di persona non ricevono sorprese: ma ci vanno lo stesso. Gli unici a rimetterci, tutto sommato, sono gli studenti: raccontare balle a casa, nascondere un brutto voto o un "fughino" da scuola, con la pagella digitale, è molto più difficile.
(9 gennaio 2008)
Scuola e Università

Alla scuola di qualità non bastano le risorse

di: Massimiliano Bratti e Daniele Checchi.

Le variabili solitamente utilizzate nella letteratura economica per approssimare le risorse investite nella scuola sono la spesa per studente, il rapporto studenti/insegnanti e la numerosità delle classi. Il loro ruolo nell’influenzare il rendimento degli studenti è oggetto di aspre controversie fin dal 1966, quando negli Usa è stato elaborato il rapporto Coleman per spiegare i peggiori rendimenti scolastici che caratterizzavano alcune minoranze. Da allora, si sono susseguiti centinaia di contributi che, basandosi su metodologie non sperimentali, sono arrivati a conclusioni molto diverse tra loro. Per questo motivo, alcuni autori hanno scritto rassegne che avevano l'obiettivo di sintetizzare l'imponente mole di lavori disponibili. Tuttavia, anche le rassegne hanno raggiunto conclusioni opposte, in base al modo utilizzato per sintetizzare i contributi esistenti. Tutto ciò la dice lunga su quanto controverso sia il ruolo delle risorse.

Risorse e risultati

Ci sono anche ragioni teoriche che possono spiegare il fatto che non si trovi una relazione robusta tra risorse e risultati. Prendiamo la numerosità delle classi, ad esempio: una relazione negativa tra dimensioni delle classi e performance degli studenti potrebbe essere mascherata dal fatto che l'allocazione degli studenti in classi grandi o piccole non è casuale. Se gli studenti "peggiori" risultano concentrati con maggiore probabilità in classi di dimensioni ridotte, quelle più numerose possono anche risultare migliori. Recentemente, alcuni studi hanno fornito evidenza sperimentale sull’argomento e sembra esistere un effetto positivo, sebbene debole. Nel Tennessee l’esperimento Star ha assegnato in modo casuale una coorte di studenti, e i relativi insegnanti, a classi di diverse dimensioni: i risultati in test standardizzati sono migliorati di circa il 4 per cento durante il primo anno in cui gli studenti sono inseriti in classi più piccole, e dell’1 per cento in ciascun anno successivo. (1)Pur in presenza di voci a volte molto discordanti, il dibattito in letteratura avviene in un ambito delimitato da alcuni punti fermi:1)      Un meccanismo automatico che leghi maggiori risorse investite nella scuola a migliori rendimenti degli studenti è tutt’altro che ovvio.2)       Anche gli autori che si mostrano più scettici sul ruolo delle risorse scolastiche non si spingono ad affermare che investire nella scuola sia inutile.

Il caso Italia

Il primo punto trova in Italia una immediata conferma. Come ben documentato nel Quaderno bianco sulla scuola (parte I, par. 4.2), l’Italia spende per l’istruzione più della media dei paesi Ocse. Particolarmente elevata risulta la spesa per il personale, in virtù dell’alto rapporto insegnanti/studenti. Ciò è dovuto, da un lato, al maggior impegno orario degli studenti, particolarmente nella scuola primaria e in misura minore nella scuola secondaria inferiore. Dall’altro, alla maggiore incidenza di alcune tipologie di insegnanti: di sostegno, di religione, e fuori ruolo. Anche al netto di queste figure, tuttavia, il rapporto è di 9,1 insegnanti per 100 studenti in Italia, contro una media di 7,5 nei paesi Ocse. Eppure, i risultati che emergono da indagini standardizzate internazionali, come ad esempio Pisa, pongono le competenze degli studenti italiani sistematicamente sotto la media. Anche all’interno del nostro paese non emerge una correlazione tra quantità di risorse investite, distribuite abbastanza uniformemente a livello territoriale, e risultati degli studenti, che mostrano un forte svantaggio delle regioni centro-meridionali. Inoltre, se la quota di spesa in conto capitale risulta correlata positivamente con le competenze degli studenti, non lo è altrettanto la spesa per insegnanti, mentre quella per altro personale e consumi intermedi mostra addirittura una correlazione negativa. (2)L'assenza di sistematiche correlazioni positive tra quantità di risorse investite e risultati non esclude che esistano altri effetti sulle competenze degli studenti che le variabili elencate sopra non consentono di cogliere. E qui veniamo al secondo punto. Le differenze tra scuole potrebbero essere in parte spiegate da determinanti di tipo istituzionale anziché dall’ammontare delle risorse investite. O da altri fattori che influenzano la qualità della scuola, come il livello di preparazione e di motivazione degli insegnanti. La letteratura evidenzia fra questi la centralizzazione degli esami, il livello di autonomia scolastica, il livello di autonomia didattica degli insegnanti, l’esistenza di valutazioni da parte degli studenti e il livello di concorrenza da parte di scuole private.In parole povere, la questione non è solo quanto spendere per la scuola, ma soprattutto come. E visto che in Italia la quantità di risorse investite non è inferiore a quella degli altri paesi sviluppati mentre sono inferiori i risultati ottenuti, è obbligatorio ripensare al modo in cui le risorse sono spese.A proposito del decentramento delle responsabilità e delle competenze nel governo della scuola intrapreso in Italia dagli anni Novanta, sempre nel Quaderno Bianco (pag. 32) si legge che:"È mancata l’assegnazione alla scuola di autonomia economico-finanziaria, ma anche la strumentazione per monitorarla; e, ancora, l’attribuzione alle scuole di poteri effettivi che consentano a ognuna di esse di attuare gli interventi necessari al miglioramento dei propri risultati".Si tratta di una descrizione coincisa ed efficace di come una qualunque riforma sia destinata a rimanere incompiuta, finché al decentramento non si affianchi l’attribuzione di poteri effettivi e responsabilità in capo a chi è chiamato a gestire la fornitura del servizio. Se a questo aggiungiamo la già dimostrata avversione dei principali attori del sistema scolastico, ovvero gli insegnanti, alla loro valutazione e incentivazione su base meritocratica, risulta abbastanza facile prevedere che eventuali risorse addizionali da destinare alla scuola non sortiranno effetti di rilievo sulle competenze degli studenti.

(1) Krueger, A.B. (1999). "Experimental Estimates of Education Production Functions" Quarterly Journal of Economics 114(2): 497-532(2) Bratti, M., Checchi, D., Filippin, A. (2007) "Territorial Differences in Italian Students’ Mathematical Competencies: Evidence from Pisa 2003", IZA Discussion Paper No. 2603 (February) – Bonn: IZA.

Da www.lavoce.info.it www.lavoce.info.it     

 

SCUOLA, LA CARRIERA RESTA PIATTA

Assenza di un sistema nazionale di valutazione e mancanza di finanziamenti specifici: sono i due motivi che bloccano qualsiasi tentativo di introdurre criteri meritocratici nella carriera degli insegnanti italiani. Ma il fatto che questi motivi siano sempre gli stessi da decenni consente di ipotizzare quasi una volontà precisa. Al di là dello schieramento di Governo si preferisce il mantenimento dell'esistente, che significa carriera piatta, stipendi uguali per tutti i docenti e centinaia di migliaia di assunzioni periodiche.

È almeno dal 1987 che nei contratti della scuola compare un articolo sulla valorizzazione professionale dei docenti. Da allora, puntualmente, ogni rinnovo riporta la norma contenente le buone intenzioni, alle quali non hanno mai fatto seguito atti concreti. E non fa eccezione l'ultimo contratto (si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri) siglato il 7 ottobre. Anzi, l'articolo 24 conferma l'articolo 22 del precedente accordo, rimandando le scelte a un'ulteriore contrattazione, a patto di avere finanziamenti specifici a disposizione. Soldi che finora non sono mai arrivati.

La valutazione

Sulla valutazione il nuovo contratto, che non offre risposte ma solo auspici, sembra viaggiare in parallelo con il "Quaderno bianco" sulla scuola, presentato lo scorso settembre. «Le parti si impegnano a ricercare, in sede contrattuale, in coerenza con lo sviluppo dei processi di valutazione complessiva del sistema nazionale di istruzione e con risorse specificamente destinate, forme, modalità, procedure e strumenti di incentivazione e valorizzazione professionale e di carriera per gli insegnanti»: così recita l'articolo 24 dell'intesa appena siglata. Quindi, nessuna forma di incentivazione collegata ai meriti dei docenti può essere svincolata dalla valutazione dei risultati. E, ovviamente dalla disponibilità finanziaria. In pratica, un circuito perverso.

Dal canto suo il "Quaderno bianco" indica la valutazione come primo presupposto per lo sviluppo del sistema scolastico italiano: «La maggioranza dei paesi economicamente avanzati è dotata di sistemi nazionali di valutazione. Fino a oggi l'Italia ha fatto eccezione», è la lapidaria affermazione che si legge nel "Quaderno" che, non a caso, tra le azioni da intraprendere suggerisce «la trasformazione dell'Invalsi (Istituto nazionale di valutazione) in un alto centro di competenza, dotato di risorse finanziarie adeguate (in una misura, decisamente superiore a quella attuale), risorse umane di elevato profilo internazionale, e assoluta autonomia istituzionale».

Il nodo resta quello delle risorse, ma prima ancora quello della volontà politica di strappare definitivamente la scuola italiana dalle sabbie mobili dell'autoreferenzialità. E il contratto non sembra aver risposto alle sollecitazioni giunte dal "Quaderno bianco" messo a punto dai ministeri della Pubblica istruzione e dell'Economia.

 

La carriera

La carriera piatta dei docenti italiani, strettamente intrecciata alla possibilità di valutazione, rappresenta un altro punto al quale il "Quaderno bianco" della scuola attribuisce enorme importanza: «Il dato più allarmante riguarda la progressione retributiva, i suoi tempi e le sue determinanti. Una volta entrato nella scuola l'insegnante ha una progressione professionale (di status, formativa e retributiva) assai limitata». Il dossier spiega che la retribuzione media al quindicesimo anno di ruolo supera quella di entrata fra il 21 e il 26%, contro una crescita media Ocse che nelle superiori è del 39 per cento. «Ma, soprattutto, in Italia per raggiungere il livello massimo sono necessari 35 anni, di fatto l'intera vita lavorativa, mentre ce ne vogliono in media 24 nei paesi Ocse».

Anche in questo caso il contratto ha perso un'occasione per tentare di intervenire, premiando il merito. Le ultime pagine dell'accordo, come sempre, sono dedicate alle tabelle stipendiali, dove l'unica differenza tra le remunerazioni è dettata dagli anni di servizio. Così è arrivato il valore medio di 140 euro di aumento, riferito, in particolare, alla fascia dei docenti con circa vent'anni di anzianità lavorativa. E sono arrivati i 50 euro destinati all'insegnamento nei corsi di recupero e i 35 euro attribuiti alle ore aggiuntive. Soldi che saranno distribuiti secondo un criterio puramente quantitativo.

Eppure, a proposito di cambio di passo, sempre secondo le proiezioni contenute nel Quaderno bianco, il fabbisogno di insegnanti nei prossimi anni sarà molto alto. La progressione indica fino a un totale di 385mila docenti tra quindici anni. Cifre rilevanti, se si considera che quest'anno, per esempio, in cattedra lavorano oltre 721mila insegnanti, senza contare l'esercito di centinaia di migliaia di precari che ogni giorno contribuisce al funzionamento della scuola. Il più alto numero di lavoratori del settore pubblico. Infine, sul fronte della spesa, va ricordato che l'Italia, pur investendo una cifra superiore alla media Ue, si ritrova con studenti con scarsi risultati e con il personale docente malpagato e demotivato. Dove il bilancio dell'Istruzione è assorbito al 96% proprio dalle retribuzioni.

Da “Il Sole24ore del 10 ottobre 2007 

 

Sondaggio di Il Sole 24ore

Aggiornato a domenica 7 ottobre 2007   Il governo ha ripristinato gli esami di riparazione già da quest'anno.

Che ne pensi?

Buona idea: gli esami sono una buona occasione per recuperare nelle materie dove si è deboli 83% 

No, era meglio il sistema basato su debiti e crediti formativi  17% 

COMUNICATO UFFICIALE DELLA CISLScuola .

 Per la CISL Scuola  il provvedimento è un primo passo verso una scuola più capace di rispondere alle difficoltà di molti ragazzi. Condizione indispensabile è, ora, dare alla scuola gli strumenti e le risorse necessarie a questo impegno. Non tutti gli allievi hanno lo stesso passo e le stesse esigenze nel loro percorso educativo e scolastico. Di fronte a questa evidenza due sono le risposte sbagliate:  abbandonare i più deboli; portarli avanti su percorsi "drogati", consegnando loro, alla fine, titoli poco spendibili. Per queste ragioni servono subito risorse di organico, strumentali e finanziarie adeguate. 

Roma, 3 ottobre 2007   Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola    

 

Comunicato dello SNALS SCUOLA

 Ripristinati gli esami di riparazione. PER LO SNALS-Confsal e’ un segnale positivo per il ritorno della serietà degli studi Roma, 3 ottobre 2007 -

 Il Ministro Fioroni ha firmato il decreto che abolisce il sistema dei debiti formativi e ripristina gli esami di riparazione che dovranno essere svolti prima dell’inizio del nuovo anno scolastico sulle materie per le quali gli studenti non sono sufficientemente preparati. “La decisione del Ministro - ha dichiarato Marco Paolo Nigi, Segretario Generale  dello SNALS-Confsal - è una risposta alle ripetute richieste del nostro sindacato di attuare una politica che restituisca finalmente alla scuola la serietà degli studi”. “Circa le modalità di attuazione - ha continuato Nigi - delle disposizioni ministeriali per la programmazione delle attività di recupero che sarà attuata dalle scuole, lo SNALS-Confsal si riserva di esprimere un giudizio più compiuto dopo l’emanazione dell’ordinanza ministeriale prevista dal decreto”. “Per lo SNALS-Confsal - ha concluso Nigi - rimane confermata la proposta di consentire nelle scuole attività docente intra moenia che può dare risposte concrete alle esigenze di recupero dei ragazzi e alle aspettative delle famiglie che si attendono dalla Scuola un ruolo fattivo, in un quadro di certezza, circa l’efficacia degli interventi didattici messi in atto”.

Comunicato Stampa della CGILScuola
03/10/07

Recupero dei debiti formativi: problema vero, soluzioni sbagliate

I debiti formativi vanno recuperati. Questo nell’interesse dei ragazzi, innanzitutto, e della qualità e serietà della scuola pubblica. Il Ministro affronta il problema scegliendo soluzioni sbagliate. In particolare, invece di preoccuparsi di mettere gli insegnanti nelle condizioni di poter fare questa attività, prevede, senza regola alcuna, l’appalto a soggetti esterni. Insomma, per risolvere il problema ci si affiderà al CEPU. Roma, 3 ottobre 2007

Comunicato Stampa della UILScuola

Un provvedimento positivo che va verso una scuola rigorosa ma attenzione alla qualità degli interventi genericamente affidati a soggetti esterniE’ un provvedimento positivo che va nella direzione di una scuola rigorosa, attenta al valore dello studio – è il commento del segretario generale della Uil Scuola a seguito della presentazione da parte del ministro Fioroni del decreto sul recupero dei debiti formativi.La relazione diretta è con i nuovi esami di maturità .
E’ positivo perché il ragazzo sa che, per passare alla classe successiva, deve superare il debito.
Non è possibile infatti verificare solo alla fine dell’ultimo anno l’esistenza e il permanere di debiti.
La novità consiste nel fatto che viene effettivamente verificato il superamento per poter passare alla classe successiva. Tale valutazione resta di competenza degli insegnanti della classe.Nutriamo invece qualche dubbio sulla previsione generica di un intervento di soggetti esterni – spiega Di Menna – che potrebbe non garantire la qualità dell’intervento stesso di recupero. Occorrerà verificare attentamente le caratteristiche e stabilire le condizioni che assicurino gli standard di qualità. Non è da escludere il giudizio di insegnanti di altre scuole.3 ottobre 2007

Da “la Repubblica” del 3 ottobre 2006

Fioroni che ha firmato il decreto per le scuole superiori. Si dovranno recuperare
le materie in cui c'è un debito prima dell'inizio dell'anno scolastico

Scuola, gli esami di riparazione torneranno già da quest'anno

di SALVO INTRAVAIA

  Giuseppe FioroniDopo 13 anni tornano gli esami di riparazione. Il ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, ha presentato 'le nuove misure per il recupero dei debiti scolastici'. Un decreto che gli oltre due milioni di studenti italiani che frequentano i primi quattro anni delle scuole superiori attendevano con ansia. Anche perché - questa la prima novità - il decerto prevede che la riforma parta già dall'anno scolastico in corso. L'unico passaggio mancante è l'approvazione della Corte dei conti dove il provvedimento è stato già inviato per la registrazione. Fioroni ha auspicato che 'l'iter sia rapidissimo'. Ma l'idea che una fetta consistente di alunni, dal 1995 ad oggi, è stata promossa nonostante avesse accumulato lacune anche gravi in una o più discipline non è andata proprio giù all'inquilino di viale Trastevere. "Quarantadue studenti su cento - ha sottolineato il ministro - vengono ammessi con debito alla classe successiva, solo 1 su 4 lo recupera, ma gli altri vanno avanti comunque". Ecco che perché correre ai ripari. "Sarebbe imperdonabile - continua Fioroni - prendere atto di questa situazione e non fare nulla. Per questo ho deciso di stabilire una data per accertare di aver colmato le lacune. Le scuole organizzeranno corsi e faranno verifiche anche durante tutto l'anno, ma l'ultima chiamata dovrà essere fatta prima che ricomincino le lezioni: chi ha saldato andrà avanti, chi ha bisogno di più tempo si fermerà". Tecnicamente non si può parlare di esami di riparazione, nel senso che la normativa sui debiti scolastici non è stata abrogata. Nei fatti, la formula scelta da Fioroni assomiglia moltissimo alla vecchia kermesse di settembre, preceduta per intere generazioni da stressanti estati passate a studiare. Se, infatti, il prossimo mese di giugno i ragazzi che frequentano le classi del superiore non dovessero riportare almeno 6 in tutte le discipline, se riusciranno ad evitare la bocciatura, la loro promozione sarà 'congelata': 'il Consiglio di classe procede al rinvio della formulazione del giudizio finale'. Niente più, quindi, 'promozione con debito'.Da questo momento per gli studenti comincerà il 'calvario estivo'. 'Il dirigente scolastico - recita il decreto - comunicherà alle famiglie, per iscritto, la motivazione delle decisioni assunte dal consiglio di classe'. Le famiglie saranno messe al corrente delle 'specifiche carenze rilevate' e dei 'voti proposti' dai prof . E, contrariamente al passato, sarà la scuola a farsi carico dei cosiddetti 'interventi didattici finalizzati al recupero dei debiti formativi registrati, che gli istituti saranno tenuti a realizzare entro il 31 agosto dell'anno di riferimento'. Le famiglie, tuttavia, possono decidere di affidare i propri figli alle cure di insegnanti privati, sollevando formalmente la scuola dall'adempimento.Il momento della verità, come in passato, sarà a settembre. Entro l'inizio delle lezioni gli stessi insegnanti, 'in sede di integrazione dello scrutinio finale, procedono alla verifica dei risultati conseguiti e alla formulazione del giudizio definitivo che, in caso di esito positivo della valutazione, consente l'ammissione dell'alunno alla frequenza della classe successiva'. La stretta sugli alunni fannulloni del ministro Fioroni si tradurrà in un tour de force anche per i docenti e gli organi collegiali delle scuole che dovranno riprendere in mano i Pof (i Piani dell'offerta formativa) per organizzare gli interventi necessari a supporto degli studenti meno bravi. L'estate scorsa, 42 studenti su 100 hanno ottenuto la promozione malgrado in una o più discipline i risultati finali non fossero, a parere dei prof, del tutto soddisfacenti. Nel 2005 se ne contarono il 30 per cento e due anni prima (nel 2003) se ne contarono 26 su 100. Per i ragazzi e le ragazze delle classi italiane l'autentica bestia nera è la Matematica, seguita dall'Italiano e dalle Lingue straniere. L'operazione avrà anche un costo, previsto dalla Finanziaria in fase di elaborazione. Attualmente, infatti, le ore di insegnamento dedicate ai 'corsi di recuperò vengono retribuite agli insegnanti con un compenso extra. 3 ottobre 2007)  

 

 

Nei giorni scorsi il Ministro della P.I. ha pubblicato un "Libro Bianco" sulla Scuola.

Il testo integrale si può leggere su: www.istruzione.it; c'è un link sulla home page.

Pubblichiamo qui un articolo di commento tratto dalla rivista on line "La Voce"
Dossier: Quando il Libro Bianco sembra Nero
a cura di Daniele Checchi
Se la selezione resta fuori dall'aula, di Andrea Ichino 21-09-2007

Il Quaderno bianco potrebbe essere ancora più esplicito, ma il messaggio per il ministro Fioroni nelle pagine dedicate all’organizzazione delle risorse umane è chiarissimo: "le caratteristiche dell’attuale assetto vanno in direzione difforme da quella suggerita dalle evidenze internazionali oltre che dal buon senso".
È infatti in primo luogo il buon senso, oltre che una sconfinata mole di ricerca teorica ed empirica nell’area della "Personnel economics", a suggerire che la gestione delle risorse umane nella scuola italiana sia un fallimento in entrambi i suoi pilastri fondamentali: la selezione e l’incentivazione del personale. Così come attualmente strutturati i due pilastri potrebbero funzionare solo se gli insegnanti fossero tutti santi, missionari e dotati naturalmente di caratteristiche perfette e inossidabili per fare il loro lavoro.
Se il ministro concorda sul fatto non ci si possa attendere dagli insegnanti di avere queste caratteristiche, i due pilastri vanno ricostruiti ex novo.

 

Selezione del personale

 

I lavori di Hanushek e altri, citati dal Quaderno bianco, mostrano in modo inequivocabile che ci sono caratteristiche individuali e persistenti nel tempo degli insegnanti, in virtù delle quali chi è "bravo" lo è in qualsiasi scuola e con qualsiasi gruppo di studenti, mentre è poco frequente il caso di insegnanti "bravi" in un contesto e non in un altro. Chiamatelo come volete, ma l’evidenza empirica (e anche le esperienze personali) suggeriscono che esista un "talento del saper insegnare" che non tutti hanno in ugual misura. E ben poco può fare la formazione professionale per sopperire alla mancanza di talento, poiché serve a poco versare acqua dove nulla può crescere.
Questo è vero per molte professioni, e non a caso la selezione del personale è forse il problema più difficile da risolvere nella gestione delle risorse umane, ma ciò che qui importa è che il sistema dei concorsi pubblici è palesemente incapace di evitare l’assunzione di persone che non dovrebbero fare gli insegnanti. Prima ancora che un problema di incentivazione, gli "insegnanti fannulloni" di cui tanto si parla sono il sintomo di una selezione sbagliata del personale all’inizio della carriera. Se un appunto può essere fatto al Quaderno bianco, è che sul problema dei concorsi e del reclutamento dice troppo poco.
In particolare, il Quaderno non mette in luce il motivo strutturale che impedisce ai concorsi pubblici italiani di selezionare in modo efficiente gli insegnanti. Che è semplice: chi sceglie, ossia la commissione concorsuale, non subisce le conseguenze di una scelta sbagliata. Nella migliore delle ipotesi, si limita alla verifica di requisiti burocratico-formali che spesso non garantiscono l’esistenza di una reale "capacità di insegnare", guardandosi bene dal prendere in considerazione ben più rilevanti caratteristiche sostanziali, per il timore di accuse di arbitrarietà discriminatoria. Nell’ipotesi peggiore, ma purtroppo frequente, l’arbitrio della commissione viene mascherato sotto il velo della correttezza burocratico-formale non per selezionare il meglio, ma solo al fine di far passare i raccomandati di turno.
In questo come in altri settori della pubblica amministrazione, è necessario sostituire il sistema concorsuale con un sistema in cui le decisioni di assunzione vengano prese da chi sopporta le conseguenze di decisioni sbagliate, ossia in primo luogo dai presidi di ciascuna scuola. Chiamiamoli pure concorsi locali e stabiliamo con chiarezza e trasparenza quali requisiti formali oggettivi i candidati debbano avere, ma lasciamo anche spazio per una valutazione del "non misurabile" da parte dei presidi: non ci saranno rischi di corruzione se la valutazione di performance delle scuole (su cui il Quaderno opportunamente fa numerose dettagliate proposte) verrà utilizzata per premiare i presidi che facciano scelte giuste. E anche in assenza di questo, ci saranno i genitori e gli studenti a premere perché i presidi non facciano errori. E la pressione va benissimo per questo e altri problemi, purché ai presidi vengano dati gli strumenti giusti per governare le risorse umane a loro affidate.

 

Incentivazione del personale

 

È di nuovo il buon senso prima ancora che la teoria economica a suggerire che solo dei santi possono essere disposti a dare il massimo senza ricevere alcun compenso per il loro impegno. È giunta l’ora di mettere in soffitta l’ipocrisia di chi ritiene che l’insegnamento sia una missione da non svilire abbinandola a problemi di "vil denaro".
I fatti sono chiarissimi nelle tabelle del Quaderno bianco: non è che gli insegnanti italiani siano pagati drammaticamente meno che negli altri paesi in termini di retribuzione oraria o annua. Anche senza questa evidenza, basterebbe a dimostrarlo il fatto che i concorsi hanno un numero di candidati largamente superiore ai posti disponibili. Quindi per molti, a conti fatti, la carriera dell’insegnante è attraente proprio perché paga relativamente bene per quanto concretamente richiesto dal datore di lavoro.
Il vero problema è che la retribuzione e la progressione di carriera degli insegnanti sono interamente determinate dall’anzianità di servizio o da incarichi particolari, e completamente indipendenti dall’impegno profuso e dai risultati ottenuti, comunque misurati. Per gli insegnanti non esistono nemmeno promozioni tra livelli, ancorché meramente contrattuali, come invece accade in altri settori della pubblica amministrazione.
La soluzione è una sola ed è urgente: le retribuzioni e le carriere degli insegnanti devono dipendere in misura maggiore dalla performance, misurata almeno a livello di scuola e possibilmente anche al livello di ogni singolo lavoratore. È ipocrita nascondersi dietro il dito della difficoltà di misurare l’input e l’output. Il Quaderno bianco è pieno di suggerimenti interessanti a questo proposito e avrebbe potuto farne altri ancor più coraggiosi.
Ma soprattutto è bene chiarire che questo è un terreno in cui, per trovare la soluzione migliore, è necessario sperimentare combinazioni di meccanismi di incentivazione, mentre è del tutto inutile discutere quale essa sia su un piano ideologico di principio. Ha ragione chi dice che il lavoro degli insegnanti non può essere misurato solo in termini di input, ad esempio giorni di presenza. Così come non può essere valutato solo sulla base di indicatori misurabili di output, ad esempio, la performance degli studenti in livello o variazione o i giudizi dei genitori. Ha anche ragione chi sottolinea l’esistenza di componenti della valutazione di un insegnante non riducibili a numeri e che devono avere una rilevanza anche se suscettibili di dipendere in modo arbitrario dalle opinioni dal valutatore. Il mix giusto può essere trovato solo sperimentalmente e deve essere individuato da chi sopporta le conseguenze della scelta di un mix sbagliato. Ancora una volta dovrebbe toccare ai presidi la sperimentazione e la scelta della soluzione più adatta alla loro scuola, nell’ambito di linee guida molto generali stabilite dal ministero. Questo a condizione che ai presidi, e via via a chi sta sopra di loro, siano stati indicati gli obiettivi da perseguire e gli incentivi corrispondenti.
Al vertice della piramide ci sta il ministro: tocca a lui cominciare dai suoi collaboratori.


Il monte ore di docenza per classe: una notevole risorsa sprecata o
utilizzata?

(da Tuttoscuola n. 305) 

Una scuola con dieci classi funzionante per 30 ore di lezione alla
settimana sviluppa un monte ore complessivo di lezione di 300 ore (30
x 10), ma quasi sempre dispone di un monte ore di docenza ben
superiore, arrivando anche – e' il caso della scuola media - fino a
420 ore, cioe' un'eccedenza di docenza di 120 ore, pari al 40%, non
direttamente impiegata nell'insegnamento e utilizzata in altro modo
(supplenza di colleghi, contemporaneita' nel tempo prolungato,
disponibilita', sostegno): 300 ore per insegnare e 120 per fare (o non
fare) altro.
Dal "1° Rapporto sulla qualita' nella scuola" di Tuttoscuola, si
ricava che proprio la scuola media detiene il piu' alto monte ore di
docenza: mediamente circa 46 ore settimanali a disposizione di
ciascuna classe con punte massime a Vibo Valentia (circa 57 di ore di
docenza per classe) dove comunque il 53% delle classi funziona a tempo
prolungato. A Viterbo si registra la media piu' bassa, meno di 41 ore
di docenza settimanale per classe, ma qui c'e' soltanto il 15% di
classi a tempo prolungato.
Negli altri ordini di scuola la docenza media settimanale ha
caratteristiche meno "ricche": nella scuola dell'infanzia (dove in
via ordinaria l'orario settimanale delle attivita' educative e' di 40
ore) il monte ore di docenza e' di poco superiore a 53 ore (in ogni
sezione vi sono mediamente due docenti con orario settimanale di 25
ore ciascuno) con una eccedenza finale pari a circa il 33%.
Nella scuola primaria (orario settimanale di 22 ore per maestro) il
monte settimanale di docenza per classe e' di 43,5 ore con una
eccedenza del 28% rispetto ad una media oraria delle lezioni di circa
34 ore (parte per il tempo pieno a 40 e parte per moduli a 30 ore con
rientri pomeridiani e mensa).
Negli istituti superiori, infine, vi e' il monte settimanale di
docenza mediamente piu' basso: 41,5 ore per classe (
http://www.tuttoscuola.com/ts_news_305-1.doc ). Come nel I grado,
l'orario individuale dei prof. e' di 18 ore, ma l'orario settimanale
di lezione, orari ridotti compresi, non supera mediamente le 32 ore
settimanali, con una eccedenza pari a circa il 30%.

 

 

Ultimo aggiornamento ( domenica 13 gennaio 2008 )